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      Mučeniška Pot


Verso l´eliminazione del Confine Orientale

L’ITALIA VERSO L’ELIMINAZIONE DEL CONFINE ORIENTALE.

Il 1° maggio 2004, com’è noto, l’Unione europea si è allargata, e tra gli altri paesi anche la Slovenia è entrata nel novero della “grande Europa”. È in questo contesto di allargamento europeo e di crollo (simbolico) delle frontiere al confine orientale d’Italia, che intendiamo qui analizzare le recenti posizioni sia di politici che di storici su questioni come foibe ed esodo istriano, ma anche il nazionalismo montante che viene legittimato dalle celebrazioni per i 50 anni del ritorno di Trieste all’Italia (vorremmo qui far notare che, se la lingua italiana non è un’opinione, sarebbe più corretto dire “il ritorno dell’Italia a Trieste”, dato che chi si è mosso nella circostanza è stato lo Stato italiano e non la città di Trieste).
Iniziamo dal 6 febbraio, visita lampo dei vertici diessini Violante e Fassino in città e conferenza stampa di presentazione di una lettera indirizzata al presidente della Comunità degli esuli.
Nell’occasione Fassino ha dichiarato di avere scritto tale lettera “con lo stesso spirito” con il quale una decina d’anni prima s’era recato a Basovizza a “rendere omaggio ai martiri di quelle foibe”. Già qui la prima mistificazione (o forse s’è trattato d’un errore di pura ignoranza – nel senso di “non conoscenza”, sia ben chiaro – della realtà dei fatti): a prescindere dal fatto se qualcuno è stato o no “infoibato” a Basovizza, il monumento sull’ex pozzo di miniera ricopre un’unica “foiba”. E poi vediamo cosa significa il concetto di “martiri”: possiamo considerare “martire” l’ex tranviere trasferitosi volontariamente alla
“banda Collotti”, per conto della quale torturava con la corrente elettrica i prigionieri dei rastrellamenti, cioè quel Mario
Fabian che da risultanze processuali appare finora l’unica persona uccisa a Basovizza e gettata nel pozzo?
Ma proseguiamo. Fassino scrive nella sua lettera che il PCI ha sbagliato nel tacere delle “foibe” perché: “non avvertì le tragiche conseguenze dell’espansionismo slavo, che nel vivo della lotta antifascista si era manifestato in comportamenti e linguaggi propri delle contese territoriali e nazionalistiche, presenti da decenni in quelle aree”.
Dunque secondo Fassino in queste aree vi furono “contese territoriali e nazionalistiche”, che però lui attribuisce all’“espansionismo slavo”, dimostrando qui per la seconda volta la propria “non conoscenza” (o forse desiderio di mistificazione? non lo sappiamo) della storia. Fassino dovrebbe a questo proposito prendere visione di quel testo, uscito alcuni anni or sono a cura di un gruppo di storici piuttosto qualificati, che si intitolava “Il confine mobile” e dove si dimostrava, carte storiche alla mano, che il confine italiano si è sempre spostato (espanso) verso oriente, e non furono sicuramente i “popoli slavi” ad allargarsi verso ovest portando via territori all’Italia. È vero che nel 1940 il confine orientale italiano arrivava a Fiume (della quale l’Italia s’era impossessata in barba ai trattati internazionali, ma questo è un altro discorso), ma dobbiamo ricordare che nel 1941 l’Italia si allargò ulteriormente verso est occupando la cosiddetta “provincia di Lubiana” e parte della Dalmazia (senza neppure dichiarare guerra alla Jugoslavia, ma anche questo è un altro discorso); nel 1943 la allora “Venezia Giulia” fu sì staccata dall’Italia (e fu questo l’unico caso in cui il confine orientale si spostò verso occidente), ma non certo ad opera di “espansionisti slavi”: furono gli alleati (alleati di una parte d’Italia, cioè la RSI) nazisti a costituire l’Adriatisches Kustenland, di fatto parte del Reich tedesco e non dell’Italia, neppure quella di Salò.
Quando nel 1945 i nazifascisti persero la guerra, la Jugoslavia (potenza alleata vincitrice) non fece altro che riprendere possesso di territori popolati per la maggior parte da “slavi”, cioè sloveni e croati: perché dobbiamo dirlo che l’Istria era popolata da italiani autoctoni solo sulle coste e in alcuni borghi. In seguito ai vari memorandum, trattati e Osimo, alla fine l’Italia rientrò in possesso della provincia di Trieste: tornando ad espandersi ad est rispetto ai confini del 1947, va ribadito per dovere di precisione storica, al di là di qualsivoglia giudizio di merito o di interpretazione politica.
Ma ci sono altre dichiarazioni interessanti rese da Fassino nel corso della conferenza stampa: innanzitutto che in ogni caso l’aggressione fascista alla Jugoslavia non poté giustificare né la perdita dei territori né l’esodo degli istriani; e che il PCI sbagliò nel vedere quella vicenda all’interno della lotta tra destra e sinistra, mentre andava letta come una manifestazione di quel nazionalismo pericoloso che si è prodotto in questa parte dell’Europa causando sofferenze e che torna ogni tanto a risorgere come s’è visto nel decennio scorso nei Balcani.
Dunque vediamo come, anche secondo un leader considerato “di sinistra”, ci siano due pesi e due misure in materia di
“espansionismo” e di “nazionalismo”. Secondo Fassino non si trattò di espansionismo e di nazionalismo che l’Italia avesse invaso un paese sovrano?, ed il nazionalismo “pericoloso” è solo quello che risorge “ogni tanto nei Balcani”?
Queste dichiarazioni ci paiono al limite del razzismo, perché ci ricordano troppo altre affermazioni di altri esponenti politici che si richiamano a quell’ideologia diffusa che ritiene i popoli “balcanici” feroci ed assetati di sangue.
Ricordiamo alcune passate affermazioni dell’avvocato già piduista Augusto Sinagra, e cioè che le foibe furono il frutto di una “barbarie antica” che come ha connotato gli eccidi delle foibe così ha contraddistinto anche quelli visti in Bosnia. Affermazioni purtroppo tragicamente simili a quelle fatto a suo tempo da alcuni redattori dell’emittente padovana
“disobbediente” Radio Sherwood, cioè che vista Srebrenica “ovviamente” dovevano essere esistite anche le foibe (e tralasciamo di approfondire il discorso di Srebrenica dove non è successo quello che si è detto a suo tempo ma neanche di questa verità storica si parla volentieri, chissà perché).

A proposito di “espansionismo”, vogliamo citare parte di un discorso fatto da Mussolini a Pola nel 1920: “verso l’espansione nel Mediterraneo e nell’Oriente è spinta l’Italia dal fattore demografico (…) ma per realizzare il sogno mediterraneo bisogna che l’Adriatico, che è un nostro golfo, sia in mani nostre” (frase questa che ci ricorda altre affermazioni, più recenti, fatte dal giornalista Fausto Biloslavo nel 1997: “l’Adriatico deve ritornare ad essere quello che è sempre stato:, un lago italiano”; ma proseguiamo con il discorso del “duce”: “di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zucchero ma quella del bastone”.
Dunque la “razza slava”, diceva Mussolini, è “inferiore e barbara”: definizione che evidentemente un certo qual retaggio anche tra i politici contemporanei deve avere lasciato.

Ma torniamo al discorso della “giornata del ricordo delle foibe e dell’esodo”, istituita per il 10 febbraio. Già la scelta della data è terribilmente mistificante: si interpreta come una ricorrenza luttuosa il giorno della firma del trattato di pace, che dovrebbe essere invece una circostanza di gioia perché sancisce la fine effettiva delle ostilità tra gli stati. Inoltre vale la pena di rilevare un’affermazione di Violante nel corso della conferenza stampa del 6 febbraio: i DS avrebbero fatto di tutto per evitare che alla giornata del ricordo dell’esodo fossero accostati anche gli avvenimenti delle foibe, che andavano letti in tutt’altre interpretazioni. Ma quale è stato il risultato finale? Che nella data del 10 febbraio è stata istituita la giornata del ricordo delle foibe innanzitutto, e dell’esodo poi. Con i voti dei DS, va precisato.

Per preparare l’opinione pubblica ad accettare con convinzione questo discorso politico, i media (soprattutto le televisioni
– di stato e no) si sono sbizzarriti a mandare in onda servizi speciali, dibattiti e pseudo-documentari sul problema delle foibe e dell’esodo. Abbiamo così potuto assistere ad un continuo martellamento (quasi goebbelsiano) di disinformazione sui fatti storici: interviste fatte a personaggi come Udovisi che racconta la sua incredibile vicenda di “sopravvissuto dalla foiba”, senza che alcuno si faccia venire dei dubbi sulla veridicità del racconto; la trasmissione di immagini relative ai massacri operati dall’esercito italiano in Slovenia e Croazia durante l’occupazione mentre il commentatore parlava dei partigiani e delle foibe, inducendo quindi gli spettatori a credere che i massacri in video fossero relativi alle vicende in sonoro; le immagini dei recuperi da una foiba (sempre la stessa) trasmesse e ritrasmesse all’infinito, come a dare l’impressione che di recuperi come quello ce ne fossero stati tantissimi; la presenza nei programmi di ospiti che non parlavano dell’argomento con la dovuta competenza ma semplicemente sulla base della vecchia trita e ritrita propaganda nazionalfascista, ormai assurta, disgraziatamente, a verità storica anche grazie all’operato consenziente ed asservito di politici e storici che vengono ritenuti
“progressisti”, “di sinistra”, o, quantomeno, “seri ed al di sopra delle parti”.

Poi c’è stata la visita del presidente della Camera Casini nella nostra Regione, sui “luoghi della memoria”, dove il 12/3/04 abbiamo sentito la radio RAI nazionale parlare del “campo di concentramento per sloveni e croati a Gonars”, della “foiba di Basovizza dove i comunisti uccisero migliaia di italiani” ed infine della “Risiera di San Sabba unico forno crematorio nazista in Italia”.
Da che un ascoltatore ignaro rimane con la convinzione uno, che politicamente criminali furono “nazisti” e “comunisti”, dato che a Gonars non si sa chi abbia ordinato l’internamento di sloveni e croati, ma il fascismo non viene nominato; due, che cronologicamente parlando, la Risiera è venuto dopo la foiba di Basovizza, quindi eventualmente la Risiera potrebbe essere stata una risposta alla foiba e non viceversa.
La parte più interessante della vicenda ci viene però dal discorso fatto dallo storico Raul Pupo nella circostanza: da buon politico quale egli è (nonostante se la prenda, nel corso di altre conferenze, con chi vuole, a parer di Pupo, dare valenza politica ai fatti storici), ha fornito un’analisi metodologica dell’evoluzione della lettura dei fatti storici allo scopo di sviluppare una linea politica dei rapporti tra gli stati. E per arrivarci parla in termini che ci paiono molto gravi: quando ad esempio parla della “separazione dal resto d’Italia” della Venezia Giulia, dice che questa “separazione dalla madrepatria per Trieste sarebbe durata più di dieci anni, perché all’occupazione tedesca sarebbero seguite quella jugoslava e quella angloamericana; per la maggior parte della Venezia Giulia invece non ha più avuto termine ( il corsivo è nostro, n.d.r.)”.
Inoltre: “l’emergenza e quindi la repressione non cessarono mai nei territori sotto controllo jugoslavo, perché il nuovo regime aveva bisogno di una mobilitazione continua ed il suo totalitarismo si rivelò assai più compiuto di quello fascista”; ed infine le “memorie dolenti e per lungo tempo trascurate come quella degli esuli giuliano dalmati e dei congiunti delle vittime delle foibe stanno ritornando a far parte del patrimonio della nazione parti d’Italia che erano scomparse, oltre che dalla carta geografica, anche dalla coscienza nazionale _ come Zara, Fiume e l’Istria – stanno ritrovando un loro spazio nella storia della nazione”.
Qui il termine di “coscienza nazionale” ci richiama alla mente altre affermazioni di Sinagra, in merito ai processi “per le foibe” (cioè il processo contro Oskar Piskulic, che con le foibe non c’entra proprio per niente) che non servono a far condannare i responsabili di determinati crimini ma per “ottenere in sede giudiziaria quella verità che ci è stata negata in sede storica e politica”, perché grazie a questi processi si starebbe ricostruendo una “coscienza nazionale” che porta, ad esempio, all’intitolazione di varie vie ai “martiri delle foibe”. Ma un’altra similitudine con i discorsi di Sinagra la troviamo con quanto l’avvocato disse di Antonio Martino (già ministro nel primo governo Berlusconi ed oggi ministro alla Difesa) che nel 1994 fu l’unico a “ribadire i diritti storici dell’Italia sull’Istria, Fiume e Dalmazia”, terre che, Sinagra insiste nel ripetere “piaccia o non piaccia a qualcuno, in futuro torneranno alla madre patria italiana”.
E qual è, dunque, per Pupo il senso della creazione di una “storia post-nazionale” che poi “deve passare il testimone perché il futuro non le appartiene”, dato che “il futuro appartiene alla politica”? E di quale politica andiamo a parlare oggi, anche alla luce delle più recenti affermazioni di Violante nella sua visita a Trieste il 29 marzo: “Dobbiamo batterci - ha concluso Violante - per una riconciliazione repubblicana del paese. Nascondere la questione delle foibe e nascondere la questione degli esuli sono stati due tragici errori. Dobbiamo pagare questo debito a tutti coloro che sono stati vittime di quelle tragedie”.
Una riconciliazione repubblicana del paese, nel corso della quale sia “pagato il debito a tutti coloro che sono stati vittime di quelle tragedie”. E come lo paghiamo, questo debito? Riconoscendo, nella rinnovata coscienza nazionale, i “diritti storici dell’Italia sull’Istria, Fiume e Dalmazia”? Riconoscendo un diritto di riconquista che secondo altri esponenti politici nascerebbe dal riconoscimento del “genocidio”, della “pulizia etnica”, perpetrati dagli “slavocomunisti” tramite infoibamenti e poi col terrore, per costringere all’esodo trecentomila istriani?

Il tutto in un profluvio di iniziative “tricolori” imposte dalla Lega nazionale con il benestare delle strutture scolastiche che coinvolgono soprattutto i bambini delle scuole elementari in un discorso di patriottismo, bandiere, canti irredentisti e nazionalismo.
È forse questo il modo in cui l’Italia si accinge ad accogliere la Slovenia nell’Unione Europea ed a preparare, tra qualche anno, il successivo ingresso della Croazia?
Noi speriamo proprio di sbagliarci, però abbiamo molta paura di avere purtroppo ragione.

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