Dossier

      Mučeniška Pot


1972

La pista Gianni Nardi
“Calabresi doveva incontrare a Lugano un suo stretto collaboratore che stava conducendo una delicata inchiesta in Svizzera, ma questi spostò l’appuntamento al giorno successivo. Questo episodio viene messo in relazione ad un altro: la sera prima della sua morte, avvenuta solo poco tempo prima sotto un traliccio dell’alta tensione a Segrate, a due passi da Milano, l’editore Giangiacomo Feltrinelli si era incontrato a Lugano con qualcuno. Con chi? Non si è mai indagato per scoprirlo” .

Nel 1975 erano ancora sospettati per l’omicidio Calabresi i neofascisti italiani Gianni Nardi e Bruno Stefàno e la tedesca Gudrun Kiess, che erano anche sospettati di essere coinvolti nella collocazione della bomba alla scuola slovena di San Giovanni a Trieste nel novembre ‘69.
Nardi, Stefàno e Kiess furono fermati dalla Guardia di Finanza al valico di Brogeda, sopra Como, il 22/9/72 mentre viaggiavano a bordo di una mercedes nera vecchio modello, targata Roma 402044, di proprietà di Stefàno, che mostrava una vistosa ammaccatura sul parafango posteriore sinistro.
“È stato il comportamento dei tre a insospettire i finanzieri: mostrano una gran fretta di pagare sei stecche di sigarette. Inizia così un’accurata perquisizione. Dietro il sedile posteriore, nello spazio tra la spalliera e l’impiallacciatura interna del bagagliaio, vengono trovati 12 candelotti da 250 grammi di gelatina Aldorfit, un rotolo di miccia a lenta combustione, una browning calibro 9 con il calciolo di legno applicabile all’impugnatura di una P38 e numerose munizioni. Si parla anche del rinvenimento di una dettagliata carta geografica dove sono contrassegnate alcune località tra cui Gradisca e Trieste. Il questore Bonanno ammetterà poi il ritrovamento di una carta del Friuli, ma negherà che fosse contrassegnata. Non ci sono detonatori. Verranno trovati il mattino dopo in un cestino dell’immondizia vicino all’ingresso del posto di polizia.
La sera del 9 ottobre, sulla sponda italiana del fiume Stesa, viene trovata una borsa con 4 pistole e vari documenti. Ci sono anche le ricevute di pagamento delle armi. I documenti trovati proverebbero l’esistenza di un vasto traffico di armi ed esplosivi attraverso la Svizzera.
Durante la perquisizione dell’appartamento di Nardi verranno trovati una piantina della zona di via Cherubini , documenti, parzialmente cifrati, che parlano di un prossimo colpo di stato e dell’organizzazione dell’evasione da San Vittore di Roberto Rapetti . Viene trovato anche un bossolo di pistola, risultato poi diverso da quello rinvenuto in via Cherubini” .
Nardi aveva un alibi per la mattina del 17 maggio: basato sulle testimonianze della madre e del suo difensore, Fabio Dean .
Interessanti anche le identificazioni che furono fatte di Nardi. È riconosciuto da un confidente, attraverso un identikit fatto nel 1970 a Parabiago, come protagonista e organizzatore di traffici di armi, ed il sottufficiale che aveva partecipato all’incontro con il confidente, riconosce Nardi nell’identikit del killer di Calabresi, ma i suoi superiori lo diffidano dal testimoniare davanti al magistrato.
Ed ancora Sandalo, il pentito di Prima Linea, riferendo confidenze di Marco Donat Cattin, disse che nella foto di un cordone di Lotta Continua c’era un uomo che somigliava a Nardi ma non era Nardi: era però la persona che aveva ucciso Calabresi. Inoltre, in un covo di Prima Linea a Firenze fu trovato nel 1979 un documento che inneggiava all’omicidio di Calabresi come una delle prime “azioni rivoluzionarie di giustizia proletaria”. Anche un magistrato che ha condotto diverse inchieste antieversione sostiene che “gli stessi brigatisti rossi sostenevano che a eliminare Calabresi erano stati quelli di Lotta Continua” .
Ancora Elio (cioè Piperno) sostenne che “la responsabilità politica di quella morte era interamente addebitabile al movimento extraparlamentare (…) la verità è che la morte di Calabresi è l’inizio del terrorismo di sinistra” .
Pare che Calabresi tenesse in un cassetto un appunto sulla Lega Italia Unita e su Carlo Fumagalli, il fondatore del Movimento di Azione Rivoluzionaria (ricordate gli attentati ai tralicci della Valtellina?). Flamini scrive che il MAR “è strettamente legato alla Maggioranza silenziosa milanese di Adamo Degli Occhi”, movimento che uscirà per la prima volta pubblicamente con una manifestazione l’11/3/71, all’insegna dell’anticomunismo e del reclamare per il Paese “ordine e stabilità”. A questo movimento (che ha curiosamente come sigla MSI) aderiranno esponenti della destra democristiana, liberali, monarchici, che avranno un interscambio con il Comitato di resistenza democratica fondato da Edgardo Sogno . Giuseppe De Lutiis scrive che lo stesso Carlo Fumagalli in un’intervista al “Giorno” (18/10/72) avrebbe detto che il MAR sarebbe nato nel 1962 a Roma “durante un pranzo in previsione del centro sinistra” . Sentiamo ancora la testimonianza di Marcello Bergamaschi, “uno dei ragazzi del comandante” Fumagalli: “Fumagalli mostrava dal modo con cui ne parlava di saperne molto sulla morte del commissario Calabresi. Diceva fra l’altro che era stata una cosa molto ben fatta e che nessuno avrebbe mai saputo chi era stato ad ucciderlo e tuttavia dal modo come lo diceva sembrava che lui lo sapesse benissimo” .
< Va poi registrata un’affermazione del pentito Aldo Tisei, già esponente di primo piano della destra e ritenuto collaboratore attendibile da molte procure. “Le circostanze che ho riferito le appresi in un colloquio attorno al 1977. Oltre a me erano presenti Paolo Signorelli, Concutelli e Calore. Quella è stata l’unica occasione in cui ho sentito parlare dell’omicidio Calabresi. Concutelli riferì di un traffico di armi tra l’Italia e la Svizzera e disse che Nardi, Stefàno e la Kiess abitualmente portavano armi in Italia attraverso il valico di Ponte Chiasso (…) Poiché Calabresi aveva scoperto questo traffico fu eliminato da Nardi, Stefàno e dalla Kiess. (…) Signorelli mi disse di aver incontrato nel 1976 a Torre Molinos, in Spagna, Gianni Nardi il quale gli aveva detto che era stato scagionato ma di aver confermato che era stato lui, con Stefàno e la Kiess, ad uccidere Calabresi (…) Voglio far presente che Ordine Nuovo era una organizzazione rigidamente militare per cui non ritengo che Concutelli potesse riferire cose inesatte parlando di operazioni militari come l’omicidio Calabresi” > .
Com’è noto, Gianni Nardi morirà nel 1976 in uno strano incidente stradale a Palma di Maiorca, e sulla possibilità che la sua morte fosse stata solo una finzione si scatenò, alcuni anni or sono, il caso Donatella Di Rosa, poi rivelatosi una montatura mai del tutto chiarita .

18/5/1972: il “Piccolo” scrive che “domenica scorsa” (cioè il 14 maggio), Calabresi era a Trieste e che stava indagando sulla morte di Feltrinelli.
Abbiamo già visto la “coincidenza” del fatto che sia Calabresi che Feltrinelli siano morti il giorno prima di incontrare a Lugano una persona che avrebbe dovuto dare loro delle informazioni su traffici d’armi attraverso la Svizzera. Traffici che pare avessero coinvolto anche la nostra regione .

“Il 5 luglio del 1975 i giornali parlano di un dettagliato rapporto su un traffico di armi che coinvolge i fascisti veneti, scritto da Calabresi una ventina di giorni prima della sua morte. Ma di questo rapporto non si trovano tracce. Il commissario sarebbe arrivato a individuare questo traffico, partendo dall’inchiesta sulla morte di Feltrinelli. Non è comunque, una traccia nuova. Già nel 1974 si era avanzata l’ipotesi di una connessione tra l’inchiesta Feltrinelli e l’uccisione di Calabresi (…) Anche il giudice Lombardi aveva appurato che Calabresi si stava occupando di un traffico di armi con epicentro in Veneto e che stava per raggiungere importanti risultati. Inoltre i giornali parlano di un rapporto dettagliato scritto da Calabresi, venti giorni prima di morire, su un traffico di armi che coinvolge i fascisti veneti. Perché questo rapporto scompare? L’inchiesta era partita dalla morte di Feltrinelli e negli ultimi tempi si erano intensificati i rapporti dei suoi informatori, tutti bene introdotti negli ambienti neofascisti veneti. Inoltre su Calabresi esisteva un fascicolo del SID, come e dove è sparito?” .

Come forse molti ricorderanno, l’ormai defunto questore Marcello Guida, uno dei protagonisti degli anni bui della Milano della strategia della tensione , visse per parecchi anni nella nostra città. Nel 1975 il “Meridiano di Trieste” pubblicò un articolo dal titolo “Il Questore sotto chiave”, nel quale si fa riferimento, tra le altre cose, ad un “dossier messo insieme dal partito comunista marxista leninista”, di prossima pubblicazione, dal titolo “Il perché delle stragi di stato”, di cui s’era occupato all’epoca un periodico edito da Rusconi, “Il Settimanale”. In questo dossier (del quale sarebbe interessante rintracciare una copia, se ancora ve ne sono in giro) si sarebbe parlato “diffusamente degli strani rapporti intercorsi tra alcuni personaggi della sinistra veneta e gli incriminati Freda e Ventura, in relazione ai finanziamenti che proprio questi personaggi della sinistra avevano assicurato ad alcune delle attività dei maggiori indiziati per la strage di piazza fontana”. Sono noti infatti i rapporti di affari che Ventura ebbe con Pietro Loredan, detto il “conte rosso”, già partigiano, militante dell’ANPI e del PCI, ma “secondo informazioni” pure legato segretamente ad Ordine Nuovo. “Loredan è uno dei casi più emblematici di infiltrazione. È fratello di un dirigente del MSI, Alvise, e lui stesso dirigente di Ordine Nuovo. Riesce a farsi passare per un ex partigiano, militando anche attivamente nell’ANPI. Per il suo attivismo è chiamato dalla stampa il conte rosso. (…) Si scoprirà poi che gli occasionali rapporti avuto da Loredan con i partigiani erano guidati direttamente dai servizi segreti di Salò in piena applicazione, dunque, delle direttive contenute nel Piano Graziani” .
È qui che si inserisce Trieste nella vicenda, perché amico di Loredan è un altro conte, certo Giorgio Guarnieri, “anche lui ex partigiano, ex azionista della cartiera di Duino, molto noto a Trieste per la sua lunga presidenza alla Triestina calcio, gran frequentatore di locali notturni, amante del whisky di marca e delle fuoriserie di grossa cilindrata” . Ma leggiamo anche che “del conte Guarnieri si era molto parlato durante l’inchiesta sulla cosiddetta pista nera, ed era stato indicato come il finanziatore di Freda e Ventura (…) si era poi accertata l’amicizia con Loredan, un nobile veneto che con i due neofascisti aveva avuto contatti diretti e frequenti…” . Guarnieri a Trieste abitava in un edificio di via Genova 8, stando almeno ad un brano riportato da Marco Sassano nella sua “Politica della strage” e tratto da un “Bollettino di controinformazione democratica dei giornalisti milanesi”; gli stessi contenuti li ritroveremo nell’articolo del “Settimanale”, che verrà pubblicato alcuni anni dopo.
Secondo i giudici istruttori di Treviso, Alessandrini e Fiasconaro, la casa editrice creata da Ventura, la Litopress, avrebbe avuto da Loredan e da Guarnieri delle garanzie fidejussorie che sarebbero servite per ottenere dei finanziamenti dalle banche. Le garanzie fornite dai due conti sarebbero ammontate a 90 milioni sui 500 totali di finanziamenti ottenuti dalla Litopress (ciò sarebbe scritto nel dossier, scrive il giornale). Per l’epoca (fine anni ‘60) non si trattava certo di cifre irrisorie, tenendo anche conto del tipo di pubblicazioni cui si dedicò la casa editrice di Ventura.
Nel frattempo, leggiamo ancora sul “Meridiano”, il conte Loredan “è fuggito in Argentina”, mentre il conte Guarnieri “è rimasto a Treviso a curare i suoi affari”, dopo avere dichiarato ai giudici ed ai cronisti di essere stato completamente all’oscuro delle “trame nere” che Ventura “stava tessendo”.
A questo punto, sempre a leggere il “Settimanale”, la nostra città rientra prepotentemente in scena.
“Il 14 maggio 1972, tre giorni prima di essere ucciso, il commissario Calabresi andò a Trieste per far visita al conte Guarnieri. L’accompagnava l’ex questore di Milano, Marcello Guida. Subito dopo i funerali, Guida tornò a Trieste da Guarnieri e stavolta si fece accompagnare dal prefetto di Milano, Libero Mazza” .
Naturalmente, prosegue il “Meridiano”, su queste cose “non è stato possibile appurare nulla in sede ufficiale: alla questura affermano di non sapere niente della visita di Calabresi a Trieste”. Però ricordate l’articolo del “Piccolo” citato all’inizio del capitolo? Calabresi era venuto a Trieste perché stava indagando sulla morte di Feltrinelli, dunque sarebbe andato a fare visita al conte Guarnieri in relazione alle sue indagini su Feltrinelli.
Sullo stesso argomento il “Piccolo” è ritornato molti anni dopo, il giorno precedente la ripresa del processo Sofri a Mestre. < Due giorni prima di venire ucciso il commissario sarebbe giunto a Trieste forse perché stava indagando su un traffico d’armi provenienti dal circolo neonazista di Monaco e dirette, via Trieste a fascisti italiani e ustascia jugoslavi. “Alla metà di maggio Calabresi fu prelevato da casa sua e condotto a Trieste. Insieme a lui il questore Guida (all’epoca ispettore generale al ministero dell’interno n.d.r.) e l’onorevole Caron della DC. A Trieste conferirono con il conte Loredan, noto fascista. Due giorni dopo venne ucciso”. È quanto sostiene un informatore di allora dei nostri servizi segreti, nome in codice “Dario”. L’informatore rileva che su quel traffico aveva indagato anche Giangiacomo Feltrinelli e aggiunge: “Calabresi lo sapeva e quindi conosceva i reali motivi della sua morte”.
Le informative su quel viaggio a Trieste e sugli ultimi giorni di vita di Calabresi erano tra le carte dell’archivio di via Appia, interi faldoni abbandonati dai servizi segreti in un vecchio magazzino. Sempre lì in mezzo, tra l’altro, il giudice di Venezia Carlo Mastelloni ha trovato il fascicolo relativo all’Ufficio Zone di confine con i rifornimenti, in funzione antititina, di armi e denaro inviati da Roma a Trieste. “Dario” è stato identificato, ripescato e sentito tra l’anno scorso e quest’anno dai magistrati di Brescia che stanno svolgendo l’ultima inchiesta sulla strage di piazza della Loggia e dal PM milanese Massimo Meroni titolare di un’inchiesta “Calabresi bis”. Già all’indomani dell’omicidio, una serie di accertamenti avevano riguardato, oltre che Lotta Continua, gli ambienti di estrema destra (…) la pista triestina potrebbe riaprire le indagini (…) l’assassinio di Calabresi sarebbe stato deciso e realizzato da membri dell’eversione nera collegati a elementi degli apparati dello Stato (teoria pubblicata su Panorama).
(…) il figlio di Calabresi “ho appreso da mia madre che mio padre tornò turbato da quel viaggio a Trieste e le raccontò di aver veduto depositi di armi accantonati in grotte e cave” > .
“Comunque sia, con la presunta morte di Nardi, in un incidente a Palma de Maiorca nel 1976, scompaiono definitivamente questi filoni d’inchiesta compreso quello su un attentato a Trieste e sulle possibili implicazioni (…) relative al ritrovamento del deposito di Gladio (ma questo lo si saprà solo molti anni dopo) ad Aurisina, a pochi chilometri dalla città giuliana” .

< Secondo alcune testimonianze Calabresi stava indagando sulla morte del nobile veronese Pietro Guarnieri, avvenuta proprio in Kenia (il “nobile” Pietro Guarnieri era forse parente del conte Giorgio? n.d.r.). Secondo la testimonianza di Luigina Ginepro, per un periodo detenuta insieme alla Kiess, la stessa Kiess le avrebbe confidato di essere la donna che era al volante dell’auto usata dai killer di Calabresi. Aggiunge poi la Ginepro: “La Kiess mi disse che il commissario venne ucciso per le indagini da lui svolte nei loro confronti per fatti avvenuti in Kenia”. (…) E c’è un ulteriore episodio – e relative correlazioni – sul quale non si è mai indagato: l’antiquario romano Dante Baldari muore - siamo nel 1971 - in un improbabile incidente di caccia mentre è ospite del principe Edoardo Ruspoli in Tanzania. Nei mesi precedenti la sua morte, Baldari aveva iniziato a raccogliere informazioni sulla morte di Armando Calzolari, di cui era amico . (…) La morte di Baldari, che presenta numerosi particolari inquietanti, è archiviata come incidente >.
A questo punto possiamo inserire una lettera scritta da Gianfranco Belloni “camerata di Rovigo, iscritto al MSI dall’8 febbraio 1948”, al segretario Giorgio Almirante, pubblicata sul numero di marzo 1973 del periodico missino padovano “Italia e popolo”: “Le scrivo direttamente visto il perdurare di una situazione equivoca e pericolosa determinatasi nel Veneto a causa delle infiltrazioni bolsceviche nell’apparato del partito”. Belloni accusò alcuni dirigenti del partito, tra cui Giovanni Swich che definì “sinistra figura” che aveva “insinuato il dubbio sul camerata Massimiliano Fachini” ed ancora (in una seconda lettera ad Almirante) “noto e volgare delinquente comune, confidente della polizia, ricattatore di professione e sospetto di connivenza con ambienti comunisti”.
Belloni fu espulso dal MSI e qualche tempo dopo la magistratura padovana trovò diversi documenti che lo riguardavano e dai quali risultava essere invece lui l’informatore di servizi segreti, greci ed italiani. Nel 1974 così depose in interrogatorio: “tra i documenti sequestrati vi era anche un biglietto da visita di Calabresi a me inviato tra il febbraio ed il marzo 1972, nel quale mi diceva: mi sto occupando del caso (della presunta “infiltrazione” di Swich, nd.r.) e quanto prima vi farò sapere quanto potrò venire nel Veneto. Cordiali saluti, Gigi. (erano tanto intimi? n.d.r.). Il biglietto faceva riferimento ad una conversazione avvenuta tra me e Calabresi a Ferrara poco tempo prima (…) mi aveva detto che si stava cercando un collegamento tra Feltrinelli e il conte Pietro Loredan. Calabresi si stava occupando di un traffico d’armi tra la Jugoslavia e l’Italia, le armi venivano scaricate in cittadine del litorale adriatico fra le province di Rovigo e Ferrara, alle foci del Po (…) implicato nella vicenda era un certo professor Duse (…) un uomo di fiducia di Feltrinelli. Mi disse Calabresi che in questo traffico erano implicati anche esponenti fascisti” .
A questo proposito riportiamo un rapporto informativo dell’esponente del MSI di Bassano del Grappa, conte Giovanni Zilio “ben inserito nella struttura del Fronte Nazionale di Borghese” . “È opinione di persone degne di credito che i rapporti di Pietro Loredan con Feltrinelli quand’era vivo e con i successori ora che è morto siano stati e continuino ad essere molto stretti. È anche opinione che, sempre in questo giro, sia stato Loredan a mettere in contatto Ventura con gli arabi, specie siriani e libanesi, che avevano in Feltrinelli una specie di plenipotenziario” . Ed ancora: “Loredan milita all’estrema sinistra e più precisamente nell’ambito delle Brigate rosse (…) è e resta il capo dell’organizzazione, con Lazagna ai suoi ordini; è e resta titolare dell’eredità sovversiva del crepato Feltrinelli” .
Coincidenza: sedici giorni dopo la testimonianza di Belloni, cioè il 17/6/74, le BR uccideranno a Padova i due missini Mazzola e Giraluce. Nello stesso giorno (altra coincidenza?) il giudice romano Filippo Fiore otterrà “confidenze di grande rilevanza” da Remo Orlandini (uno degli inquisiti per il tentato golpe Borghese), fatto che porterà a spostare l’inchiesta su terrorismo ed eversione dalla Procura di Padova a quella di Roma.
“Sarà l’ennesima coincidenza di un’impresa delle BR con una “brillante” operazione del SID del generale Maletti” .


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