Dossier

      Mučeniška Pot


1972

Storie di grotte e di armi
“Il più grosso deposito di esplosivi trovato in Italia negli ultimi anni: un primato non invidiabile per Trieste, quello scaturito dal ritrovamento effettuato da carabinieri nei pressi della stazione ferroviaria di Aurisina. (…) resta un interrogativo inquietante: chi ha sistemato in una grotta tante armi, tutte efficienti? A quale scopo dovevano servire? In questa faccenda ci sono parecchi elementi che colpiscono: armi e munizioni erano sistemate in cassoni ermeticamente sigillati, quindi si tratta di materiale immediatamente usabile, efficiente. Poi, il luogo del rinvenimento: una grotta neanche tanto nascosta e nella quale i carabinieri avevano già effettuato un sopralluogo qualche giorno prima della scoperta del deposito. E a questo proposito gli interrogativi sono due: o i dinamitardi avevano sistemato la loro merce nella grotta per un periodo – nelle loro intenzioni – molto breve, e per effettuare quindi un successivo trasporto in un luogo considerato sicuro; oppure sapevano della precedente ispezione dei carabinieri e quindi ritenevano che i militi dell’arma non sarebbero tornati due volte nello stesso posto a così breve distanza di tempo.
Altro elemento allarmante: la quantità di esplosivo. Tanto da far saltare in aria un quarto di Trieste. Gli artificieri, nell’aprire i contenitori del plastico, erano impressionati: riconoscevano nel modo in cui il materiale era stato sistemato la mano del tecnico, dell’esperto di esplosivi. Esperti di questo tipo sono in grado di collocare le cariche al posto giusto e di far venir giù – hanno detto – una città di centomila abitanti. (…) Le piste da seguire sono comunque parecchie: prima di tutto la marca del materiale, americano e francese, e quindi si tratta di verificare chi – a Trieste – ha avuto contatti con i contrabbandieri di armi che provengono da quei paesi. Poi c’è un altro elemento: negli involucri sono state trovate le traduzioni in italiano delle istruzioni sull’uso delle armi e degli esplosivi francesi e americani. Accanto a queste traduzioni, un foglietto con un inventario del deposito, scritto a mano. Ecco, questa è una prima pista significativa: i carabinieri stanno cercando l’uomo che ha steso di suo pugno l’elenco delle armi. Se il perito calligrafo sarà in grado di dare indicazioni utili la pista potrebbe anche rivelarsi decisiva” .
Riproduciamo qui l’inventario come appare nell’articolo:
kg 15 circa di plastico esplosivo contenuto in 24 pacchi di oltre ½ kg ciascuno;
kg 5 di cariche di esplosivo di dinamite;
una pistola automatica calibro 9 di fabbricazione spagnola marca “star”, matricola S 422196 con 50 cartucce;
una pistola di fabbricazione americana marca H.I. Standard cal. 22, munita di silenziatore, con 50 cartucce;
200 metri di miccia detonante alla pentrite;
80 detonatori;
90 matite esplosive a tempo;
20 accenditori a pressione;
20 accendimiccia a strappo;
50 trappole esplosive;
numeroso altro materiale esplosivo e alcune granate incendiarie.
Questo l’inventario pubblicato dalla stampa (non solo locale), però nella relazione di maggioranza della Commissione parlamentare stragi leggiamo che “l’elenco del giornale è leggermente diverso da quello dei carabinieri: ad esempio si dice che i 200 metri di miccia detonante erano alla pentrite, particolare che non figurava nell’elenco dei carabinieri”. Inoltre, aggiungiamo, la descrizione della pistola “Star” è diversa: nell’elenco ufficiale si parla solo di una “pistola automatica spagnola Star con 50 cartucce”, senza gli altri particolari riferiti dalla stampa.
Leggiamo ancora il “Meridiano”: che le cassette fossero lì da pochissimo tempo sarebbe dimostrato dal fatto che qualche giorno prima i Carabinieri avevano fatto un sopralluogo sul posto senza trovare nulla; inoltre un’altra pista sarebbe la “presenza di due genovesi, nei giorni precedenti il rinvenimento, nella casa di un contadino della zona”. Infine leggiamo che l’Interpol stava indagando sul “cammino” delle due pistole, risultanti vendute dalle rispettive fabbriche e delle quali quindi si sarebbe dovuto poter rintracciare gli acquirenti (se queste piste hanno portato a qualche conclusione, non è dato sapere).
“Il SID apprese nell’articolo de Il Tempo del ritrovamento e si rese conto che il materiale rinvenuto dai carabinieri era suo e proveniva dal Nasco n. 203 per “sabotatori” formato da 7 contenitori. La sua preoccupazione fu quella di evitare che il materiale rinvenuto potesse essere collegato al servizio” .



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