Dossier

      Mučeniška Pot


1972

I signori del tritolo
< Il dinamitardo è tale in quanto soprattutto abile ladro: il tritolo e la nitroglicerina infatti non è che si possano trovare per la strada. Bisogna rubarli. Quando uno si risolve di intraprendere la carriera del dinamitardo, deve pensare anzitutto a procurarsi l’esplosivo. Dove può trovarlo? Quanto costa? A chi deve rivolgersi? Ed ancora: qual è il tipo di esplosivo preferibile; quale il meno pericoloso; quale si può trovare con maggiore facilità? Non è in verità difficile procurarsi qualche candelotto di gelenite , la sostanza esplosiva per usi civili: non è difficile perché la legislazione in materia presenta carenze gravi, soprattutto per quanto riguarda i controlli. Una legislazione che è stata fatta in tempi in cui i candelotti di dinamite venivano rubati al massimo per la pesca di frodo; non si pensava certamente con tanta frequenza di usare l’esplosivo per protestare contro la società: i casi di questo genere, se ce ne sono stati, erano infinitamente rari.
Oggi ad esempio nei depositi di munizioni dell’esercito – ve n’è uno anche a Trieste ma sono numerosi nella nostra regione – nessuno controlla, o lo si fa in maniera del tutto insufficiente, i dipendenti civili che lavorano in mezzo ai militari: è così molto facile prendersi un etto di tritolo al giorno e farsene a casa una riserva da cedere a possibili acquirenti. Vi sono depositi di munizioni ed esplosivi che hanno anche 50 dipendenti civili: il rischio quindi è grosso.
In effetti poche sono le strade, anche se abbastanza sicure e senza pericolo per procurarsi l’esplosivo: anzitutto il furto. Nella zona di Trieste numerose sono le cave di pietra che adoperano la gelenite (candelotti di vario tipo di nitroglicerina al 20/25% di “prodotto” attivo mentre il restante è materiale inerte) per liberare la pietra dalla falda, sia in modo ordinato (cave di marmo, come ve n’è su tutto il Carso da Aurisina a Monrupino) che in modo disordinato (cave di pietrisco, la maggiore delle quali è la cosiddetta Faccanoni). I titolari delle cave, quando necessitano di esplosivo, presentano domanda alla questura; ricevuto il benestare si rivolgono ad una ditta fornitrice (a Trieste non ve ne sono) che è titolare di licenza per la vendita di esplosivi: esaurita questa parte formale, l’acquirente si fa mandare l’esplosivo in magazzino o va a prenderselo. Così è anche per tutti i lavori “volanti” eseguiti da imprese edili o altre ditte, ad esempio per realizzare una strada, per realizzare le fondamenta di una casa in zona pietrosa, eccetera. Quando l’esplosivo arriva alla cava, viene depositato in una baracca, generalmente chiusa con un lucchetto. Se la ditta è grande allora v’è un dipendente che fa il guardiano al cantiere durante la notte; spesso però non v’è sorveglianza alcuna.
Così ad esempio alcuni anni fa vennero rubati di notte nel deposito della cava Faccanoni 150 chili di esplosivo; nel furto, compiuto da un pregiudicato (che sembra non avesse legami particolari), una parte l’aveva avuta anche un attivista politico, Gaetano Bellon, un giovane che è morto recentemente in un incidente stradale .
E poi chi impedisce agli operai che armano le “volate” di mettersi in tasca un candelotto del peso di un paio d’etti e di portarselo a casa? Questi fatti avvengono abbastanza frequentemente; i padroni delle cave lo sanno, ma questi tipi di furto sono veramente poco controllabili, perché chi va a controllare che nel foro fatto con i martelli pneumatici vengano deposti quattro o cinque candelotti? Generalmente i titolari, anche a di fronte a piccoli furti nel proprio deposito, omettono di presentare denuncia, perché “si va solo incontro a grane” (…).
Altra grossa riserva di esplosivi nelle nostre zone sono i residuati bellici. Gli alleati, ad esempio hanno abbandonato grosse quantità di munizioni ed esplosivi, bombe anche grosse, durante le esercitazioni sul Carso, scaraventando il materiale nelle foibe. Molto frequentemente gli speleologi trovano questo materiale durante le loro escursioni; ma le società speleologiche si sono riprodotte come funghi da noi e si sono anche tinte di colori politici. Si sa con certezza che non pochi giovani vanno in grotta quasi esclusivamente per trovare materiali esplosivi: le bombe vengono aperte da coloro che sono più esperti, che hanno magari fatto il servizio militare e viene recuperato il tritolo, messo da parte “per quando se ne presenterà l’occasione” > .
Speleologi “tinti di colori politici”, scrive il “Meridiano”, che già in precedenza ha parlato di un particolare gruppo speleologico, il GEST.
< Nel 1962 è stato creato un gruppo escursionisti speleologi triestini che raccoglieva alcuni fra i più noti picchiatori fascisti. Il gruppo costituiva il nucleo di ritrovo e l’alibi per preparare varie spedizioni punitive e attentati ai danni di partiti e di singoli esponenti democratici. Alcuni dei componenti del GEST sono stati imputati al processo per l’attentato al defunto professor Schiffrer e per una serie di altri attentati dinamitardi. Tra questa specie di speleologi: Ugo Fabbri ora nel Movimento Sociale, Franco Neami già leader di Ordine Nuovo ed ora vice presidente del Fronte della Gioventù, organizzazione del MSI. I legami con il partito appaiono quindi evidenti (…) nel 1962 il GEST aveva la sua sede in via Roma 28 dove allora c’era il Movimento Sociale.
Ora le attività dei grottisti “neri” si sono ridotte e il GEST è praticamente scomparso, ma le gite in Carso per i giovani della destra nazionale vogliono essere qualche cosa di più di uno svago salutare > .
< 18/4/62: nove giovani vengono denunciati all’autorità giudiziaria per aver detenuto materiale esplosivo e per aver commesso vari atti terroristici (…) risultano appartenere a due organizzazioni considerate dalla polizia “una diretta emanazione del MSI”: il Gruppo Escursionista Speleologico Triestino (…) ed Avanguardia Nazionale giovanile (…) i responsabili dell’attentato di casa Schiffrer sono: Ugo Fabbri, Manlio Portolan, Claudio Bressan > .
Così “il GEST di Bertini aveva nel mondo speleologico degli anni ‘50 un ruolo ben preciso: la capacità e l’esperienza dei suoi ragazzi lo indirizzarono alla ricerca di salme di infoibati, attività che si estrinsecò (…) sul nostro Carso (…) nel Veneto…” .
Ed infine Ugo Fabbri: “negli anni ‘60 per conto dell’Associazione Caduti e Dispersi della Repubblica Sociale Italiana (…) ho partecipato al recupero delle salme degli infoibati”; “nell’orrido fondo di abissi carsici ho visto cataste di cadaveri. Con le mie mani ho scavato nel fango per dar cristiana sepoltura a tanti Italiani così barbaramente trucidati” .

2/3/72: il giudice Stiz di Treviso emette un mandato di cattura per Pino Rauti, Franco Freda e Giovanni Ventura per le bombe di aprile e agosto 1969 e per tentata ricostituzione del partito fascista.
Nel corso delle indagini Stiz interrogherà il triestino Francesco Neami, di Ordine Nuovo, che era anche il “distributore locale per conto della casa editrice AR di Ventura, che aveva sede a Trieste in v. Martiri della Libertà 14, stesso indirizzo del movimento politico di estrema destra Avanguardia Nazionale” .

4/3/72: viene trovato un secondo “nasco” nei pressi di Aurisina.

Riprendiamo ora in mano la già citata relazione della Commissione parlamentare stragi : < pochi giorni dopo il rinvenimento, il 3 marzo 1972, gli stessi carabinieri di Aurisina, perlustrando la zona per vedere di individuare altre armi ed esplosivo, rinvennero “sepolto in una grotta naturale” un altro scatolone metallico ermeticamente chiuso e un contenitore di plastica. Secondo l’elenco fornito dai carabinieri il materiale recuperato era costituito da 2 pistole Star, 6 bombe a frattura prestabilita, 2 bombe al fosforo, un binocolo, 100 cartucce per le pistole Star, 2 fondine da spalla, 6 torce a mano, nonché istruzioni per ciascun oggetto. L’autorità giudiziaria venne di nuovo informata e anche questo materiale fu consegnato al Nucleo rastrellatori civili di Trieste (…).
Il secondo ritrovamento pose al Servizio seri problemi. I carabinieri, avendo trovato nei due contenitori istruzioni e scritte di un certo tipo, si resero conto che il materiale doveva appartenere a qualche “organismo militare” di natura riservata” >. A questo punto ci furono una serie di incontri e “ci si rese conto che era impossibile mantenere le precedenti ipotesi (armi in transito; armi rubate) e che la vicenda rischiava di complicarsi”. E < il 7 marzo “nella tarda mattinata una comunicazione telefonica del capo di S.M. dell’Arma diretta al comandante della Legione, sbloccava la situazione”. Da quel momento i carabinieri ricevettero l’ordine di sospendere tutti i rastrellamenti in atto e le indagini sul ritrovamento di Aurisina furono fatte proseguire “ufficialmente”, ma in realtà furono bloccate. Fu anche deciso che, se in altre occasioni si fossero trovate armi, e si fosse accertato, tramite il controspionaggio, che appartenevano al Servizio, le indagini sarebbero state archiviate. Più grave l’altra decisione: “Il comandante della stazione carabinieri di Aurisina compilerà un rapporto giudiziario in cui non si farà alcun cenno dell’ipotesi militare e si citeranno le istruzioni ed i documenti meno significativi”. Così venne compilato un rapporto per l’autorità giudiziaria che fu un vero e proprio atto di depistaggio e falsificazione delle prove >.
Difatti, come si legge sulla stampa dell’epoca, alla magistratura “su suggerimento del centro di controspionaggio di Trieste” furono indicate “tre ipotesi menzognere”, cioè la possibilità che si trattasse di armi di contrabbando, oppure di indipendentisti croati, o ancora di estremisti italiani o stranieri. Inoltre “venne nascosto” che nei contenitori c’era anche del “materiale sanitario con le relative istruzioni”, perché questo avrebbe rivelato che il materiale era del SID, e l’esplosivo fu fatto brillare perché, si disse era “instabile”. Ma, conclude la relazione, “quel particolare tipo di esplosivo era tutto fuorché instabile. Quel che interessava era distruggere tutti gli elementi che potessero condurre al SID.

“Il ritrovamento del Nasco di Aurisina è una delle storie più tormentate del caso Gladio. Ufficialmente il ritrovamento avvenne casualmente nel febbraio 1972 perché dei ragazzi, giocando, vi si sarebbero imbattuti e ne avrebbero informato, qualche tempo dopo, i genitori. In realtà le cose sembrano stare in modo diverso. Durante la trasmissione Samarcanda del 29/11/91, Giovanni Conti (uno dei ragazzi che 19 anni prima avevano scoperto il Nasco) dichiarava di non ricordare affatto che il ritrovamento era avvenuto nel punto indicato dai carabinieri, ma alcune centinaia di metri più in là, in un bunker della I guerra mondiale”, leggiamo in un interessante testo curato da Cucchiarelli e Giannulli . La nota prosegue citando la prima relazione del presidente della Commissione Stragi, Libero Gualtieri (approvata il 20/6/91), che scrive: “è stato detto che questo fu l’unico Nasco perduto”, ma che nel documento che il colonnello Fortunato predispose per il generale Miceli il 1/3/72, risulta che il capitano Zazzaro, al quale sarebbe stato chiesto di recuperare il materiale, avrebbe deciso di soprassedere “come è stato fatto nell’unica analoga circostanza verificatasi in passato”. Circostanza della quale nulla si è mai saputo e per la quale Gualtieri si chiede “perché questa perdita non suscitò l’allarme che suscitò invece Aurisina?”. Gli autori del testo dicono inoltre che “gli appunti nel fascicolo Aurisina del Sid spostano all’estate del ‘71 le prime notizie raccolte sul deposito”.

“… in riferimento al deposito di esplosivi ad Aurisina, si innestano le notizie che danno per certo un incontro avvenuto il 25 gennaio di quest’anno in Germania, fra un esponente del MSI di Trieste ispiratore di un’agenzia di stampa che si occupa di politica estera, e rappresentanti dei fascisti jugoslavi, gli ustascia, autori di alcuni attentati dinamitardi . A proposito di rapporti tra Trieste e ustascia, un quotidiano nazionale riporta la notizia che nel 1969 un triestino del gruppo di Avanguardia nazionale, Claudio Scarpa, prese parte a un campo di addestramento in Baviera, organizzato dagli ustascia. Oltre ad Aurisina il nucleo investigativo dei carabinieri ha già avuto a che fare tempo fa con consistenti quantitativi di armi o esplosivi. Lo scorso anno (9/3/71, n.d.r.) aveva destato sensazione il blocco nel porto di Trieste di una nave panamense, la Caravelle prima, a bordo della quale erano state sequestrate ingenti quantità di armi (…) dello stesso tipo di quelle di Aurisina e la provenienza sembra fosse greca. (…) La nave presentava le caratteristiche dell’unità attrezzata per il contrabbando o per i traffici illeciti. Pur essendo piccola, aveva una strumentazione modernissima e impianti radar. La sosta nel porto di Trieste non era prevista, ma un guasto ai motori aveva costretto l’equipaggio ad arrivare in città senza potersi liberare del carico nel punto previsto per l’appuntamento. Sembra che le armi dovessero essere consegnate nel Veneto. Una coincidenza che fa meditare: pochi giorni dopo il fermo della nave, un ordigno esplosivo scoppiò sulla linea ferroviaria fra Palazzolo dello Stella e Latisana”

Ancora a proposito di depositi di armi, va qui riportato quanto scritto dal neofascista Ugo Fabbri in una lettera pubblicata sul “Piccolo” alcuni anni or sono.
< “Il ten. Carmelo Urso, già capitano della RSI operante in Istria contro i partigiani comunisti e nominato successivamente dall’on. Almirante commissario fiduciario per la Federazione provinciale del MSI di Trieste mi confidò che le armi erano state distribuite ai maggiori esponenti dei partiti italiani (non mi fece cenno a Vidali ). All’epoca il TLT era affidato in amministrazione agli angloamericani e i carichi d’armi provenienti dall’Italia erano transitati clandestinamente oltre confine celati all’interno di autolettighe della Croce Rossa. Referente per la DC era l’ing. Spaccini , per il MSI l’avv. Gefter Wondrich, uomo che aveva partecipato alla marcia su Roma (…) più tardi deputato per l’MSI (…) a sua volta aveva affidato la parte operativa al ten. Urso (…). Prima di morire il ten. Urso mi confidò di essere stato l’unico a non aver restituito le armi che, deduco, si troverebbero tuttora sepolte dietro un muretto in casse sigillate in località ignota e probabilmente a disposizione di chi non sa che farsene. Io, comunque sto qua. (…) In quegli anni il comandante Borghese tramite il ten. Urso fornì l’attrezzatura radiotrasmittente al gruppo speleologico di cui facevo parte con l’obiettivo dichiarato di recuperare< “Il ten. Carmelo Urso, già capitano della RSI operante in Istria contro i partigiani comunisti e nominato successivamente dall’on. Almirante commissario fiduciario per la Federazione provinciale del MSI di Trieste mi confidò che le armi erano state distribuite ai maggiori esponenti dei partiti italiani (non mi fece cenno a Vidali ). All’epoca il TLT era affidato in amministrazione agli angloamericani e i carichi d’armi provenienti dall’Italia erano transitati clandestinamente oltre confine celati all’interno di autolettighe della Croce Rossa. Referente per la DC era l’ing. Spaccini , per il MSI l’avv. Gefter Wondrich, uomo che aveva partecipato alla marcia su Roma (…) più tardi deputato per l’MSI (…) a sua volta aveva affidato la parte operativa al ten. Urso (…). Prima di morire il ten. Urso mi confidò di essere stato l’unico a non aver restituito le armi che, deduco, si troverebbero tuttora sepolte dietro un muretto in casse sigillate in località ignota e probabilmente a disposizione di chi non sa che farsene. Io, comunque sto qua. (…) In quegli anni il comandante Borghese tramite il ten. Urso fornì l’attrezzatura radiotrasmittente al gruppo speleologico di cui facevo parte con l’obiettivo dichiarato di recuperare le salme dei camerati trucidati nelle foibe (…) Il mio sodalizio con il ten. Urso durò fino ai primi anni ‘70 quando il MSI mi candidò nelle sue liste (…) > .
Fabbri dimostra una certa qual conoscenza in materia di ordigni, dato che in un’altra lettera descrive, con dovizia di particolari, la differenza delle cassette contenenti la bomba piazzata alla scuola slovena di San Giovanni, a Trieste, e quella usata per piazza Fontana : la prima bomba sarebbe stata collocata “all’interno di una cassetta di nastri per mitragliatrice, una cassetta di alluminio, ondulata, verticale, leggera, aperta e con due maniglie laterali”. L’esplosivo di piazza Fontana invece “risulta collocato in una cassetta di sicurezza orizzontale, marca Juwel in acciaio, blindato. Liscio, pesante, ermeticamente chiusa e con una sola maniglia centrale”. Infine Fabbri non perde l’occasione per parlare di Feltrinelli e della sua presunta attività di bombarolo (argomento che, come vedremo più avanti, rappresenta un vero e proprio chiodo fisso per Fabbri) ed asserisce di avere segnalato, nel corso del processo per la strage di piazza Fontana svoltosi a Catanzaro, che una cassetta di sicurezza di marca Juwel, identica a quella usata per la strage di Milano, fu sequestrata a “tre terroristi rossi” e conteneva la pistola di proprietà di Giangiacomo Feltrinelli che era servita per uccidere ad Amburgo il console boliviano Quintanilla. Fabbri ritiene che proprio in conseguenza di questa sua deposizione sia stato prosciolto Franco Freda.

Agli atti dell’istruttoria su Argo 16 (l’aereo militare precipitato nel 1974 in circostanze sospette), condotta dal dottor Mastelloni di Venezia , sono stati acquisiti 354 quadernetti di appunti, i cosiddetti “diari” redatti dal professor Diego De Henriquez, uno dei personaggi più interessanti della Trieste del dopoguerra, che aveva dato vita ad una raccolta di armi e di attrezzature militari di ogni tipo (dalle divise ai carri armati) per creare un museo che esponendo macchine di guerra fosse un monito per la pace. De Henriquez morì il 2/5/74, in un incendio che fu quasi sicuramente doloso, bruciato assieme al suo archivio di appunti, documenti e testimonianze. Ma le indagini sulla morte misteriosa di un uomo misterioso non furono molto accurate: ad esempio l’autopsia fu effettuata appena sette mesi dopo la morte, che fu archiviata come “accidentale”. Nel 1988 un capitano dei carabinieri che indagava su un’altra morte sospetta, riaprì le indagini sulla morte di De Henriquez e scoprì che l’incendio era stato doloso. Fu poco dopo trasferito in un’altra città. Il figlio di De Henriquez ipotizzò che molto probabilmente il padre aveva scoperto dei ladri che cercavano di mettere le mani sul suo archivio, e fu ucciso per impedirgli di parlare.
Nei “diari” di cui parla Mastelloni nella sua indagine appaiono sia riferimenti ad una struttura occulta (che possiamo alla luce delle nostre conoscenze odierne identificare come la Gladio) che aveva organizzato invii di denaro per la formazione di squadre armate in funzione antijugoslava ed anticomunista, nonché depositi di armi che erano poi stati rinvenuti in varie località della periferia cittadina. Queste azioni sarebbero state coordinate, stando ai diari del professore, da elementi del MSI ma anche da ex dirigenti del CLN triestino: il capitano Ercole Miani ed il colonnello Antonio Fonda Savio. L’ufficio che si sarebbe occupato dei finanziamenti per queste attività, era l’Ufficio Zone di Confine, dipendente direttamente dal governo italiano.
Mastelloni concluse che dai primi esami compiuti su documenti conservati presso l’Archivio del Consiglio dei Ministri e consegnatigli nel 1993 si poteva verificare “che le informazioni tratte dai diari di De Henriquez si erano rivelate esatte e corrispondenti ad eventi reali”. Quindi decideva di “approfondire l’analisi dell’attività delle Squadre operanti a Trieste e di quella burocratica dell’Ufficio Zone di Confine”.

Ritorniamo ora al 1972, quando il “Meridiano” scrisse di possibili collegamenti del “nasco” con il caso degli ustascia croati morti a Trieste in via Boccaccio il 20/8/68 nell’esplosione dell’auto sulla quale si trovavano (all’epoca si era ipotizzato che stessero andando in direzione del consolato jugoslavo, in strada del Friuli, per fare un attentato).
Ma il “Meridiano” parlò anche di altri collegamenti, stavolta del tutto italiani.
“Nuovi legami tra il gruppo di Treviso e Trieste sono emersi recentemente con il ritrovamento ad Aurisina delle cassette contenenti una enorme quantità di esplosivo. Le indagini indirizzate verso un gruppo di destra, hanno potuto stabilire che le cassette erano dello stesso tipo di quelle trovate in un’abitazione di Castelfranco Veneto . Gli esplosivi, in base a una testimonianza di un imputato minore del gruppo Ventura, servivano alle azioni dei dinamitardi veneti. Sono cassette NATO che sembra provengano dalla Grecia e per le quali il gruppo Ventura avrebbe cercato a lungo una sistemazione, trovandola infine nelle grotte del Carso. Molti sostengono anche che il ritrovamento degli esplosivi di Aurisina non sia dovuto al caso ma a una precisa segnalazione che si sarebbe avuta da parte di uno degli stessi neofascisti.
Qui si inserisce una oscura storia di ricatti che a Treviso viene riassunta in questi termini: Franco Freda avrebbe chiesto a un esponente missino di Trieste un certo numero di milioni minacciando altrimenti una sua chiamata come correo per gli attentati. Questo esponente missino per evitare responsabilità avrebbe rivelato il nascondiglio degli esplosivi. Inoltre, per evitare di essere coinvolto avrebbe anche presentato una denuncia per tentata estorsione nei confronti del Freda” .

21/3/72: il giudice Stiz di Treviso rinvia alla magistratura milanese l’istruttoria Freda-Ventura su piazza Fontana: “è la svolta nelle indagini sul terrorismo, finora condotte a senso unico, cioè a sinistra; una svolta che causa duri contraccolpi nella destra e nella stessa opinione pubblica, ormai abituata alla comoda tesi del sovversivismo di sinistra” .
23/3/72: il magistrato triestino Serbo chiede di interrogare Freda e Ventura in merito a collegamenti con i neofascisti di Trieste.


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