Dossier

      Mučeniška Pot


A Trieste

A Trieste I
Quando nel luglio 1944 si iniziò a parlare dello sbarco segreto degli Alleati, Inglesi e Americani, nel settore adriatico, il comando del IX Korpus NOV e POJ , che combatteva nel litorale sloveno, decise di costituire un comando a Trieste allo scopo di organizzare clandestinamente una cooperazione tra i popoli italiano e sloveno e preparare il necessario per l’insurrezione in città nel momento in cui si fossero avvicinate le truppe alleate. In tale modo avrebbe aiutato gli alleati nella liberazione di Trieste, che era un porto importante per il loro sbarco, ed avrebbe instaurato il potere in città. In quel tempo accadeva che l’esercito germanico cercava con l’offensiva del luglio ‘44 di riprendersi il territorio liberato sul Litorale, territorio che comprendeva parte della regione a nord della valle di Vipacco, da Trnova (Tarnova) a ?epovan (Chiapovano), Bainsizza tutti questi oltre il monte Šentvišk (S. Vito) fino a Ratitovec, Železniki, Lu?e e Rovte. L’unica zona non liberata era Idrija nella quale rimaneva un forte presidio germanico.
Durante questa offensiva, quando il comando del IX Korpus doveva spostarsi da Lokev nella Selva di Tarnova a Predmeja, fui chiamato dall’allora commissario del IX Corpus, Janez Hribar. Con me fu chiamato al comando il maggiore Martin Greif – Rudi, ufficiale di collegamento con le missioni militari alleate presso il comando del IX Korpus . Qui (a Predmeja, n.d.r.) si trovava anche la rappresentante del comitato esecutivo dell’OF , Lidja Šentjur?. I due (Hribar e Šentjur?, n.d.r.) ci spiegarono il nostro incarico, che di primo acchito ci sembrò eccezionalmente disperato e rischioso, in quanto Trieste era nota per i numerosi tradimenti degli infiltrati, cosicché nella città un attivista aveva poche possibilità di operare a lungo. Un’altra difficoltà consisteva nel fatto che Greif non parlava l’italiano; conosceva però il tedesco, mentre io non conoscevo né l’una né l’altra lingua. Nonostante ciò abbiamo accettato l’incarico ed abbiamo iniziato a prepararci al viaggio verso Trieste.
Alla fine di luglio ‘44, siamo stati accompagnati dai corrieri Triglav e Franc nella regione del Vipacco, dove abbiamo dovuto procurarci come prima cosa abiti civili, trovare documenti italiani per stabilirci a Trieste ed organizzare i necessari collegamenti tra i corrieri ed il IX Korpus. Ci siamo fermati anche a Šmarje dove siamo rimasti una settimana nella casa ospitale dell’attivista Erna , in attesa di regolare le formalità. Mi ricordo anche che ho barattato con il parroco della cittadina i miei scarponcini nuovi con le sue scarpe civili. Il parroco era già uno dei nostri migliori funzionari e già da tempo collaborava con il Fronte di Liberazione .
Ci sentivamo a disagio nel dirigerci verso una città dove non eravamo ancora mai stati, dove non conoscevamo né la situazione né la lingua, dove dovevamo cominciare tutto da capo, soprattutto lavorare nel settore militare perché fino allora tutto il lavoro delle organizzazioni a Trieste si fondava sul lavoro politico. Il fatto che stavamo andando a lavorare a Trieste doveva rimanere segretissimo, affinché il nemico non venisse a sapere che stavano per arrivare due ufficiali. Per restare in contatto con il Korpus fu fissata una stazione per i corrieri che aveva sede all’inizio a Vrtovinj, poi si è trasferita a Planina presso Vipacco, poi a Ozeljan, Štomaž e così via. Il collegamento con Trieste lo tenevano alcune donne. Questo collegamento era molto pericoloso e temerario perché per andare verso Trieste si doveva passare attraverso i blocchi; per uscire da Trieste si rischiava di incontrare postazioni fasciste, imboscate e blocchi sulle strade. Questo compito richiedeva ragazze coscienziose ed anche pronte al sacrificio, che peraltro non mancavano sul Litorale. Chiedemmo alla organizzazione giovanile a Šempas, vicino a Gorizia, due staffette per svolgere questo compito molto difficile. Si presentarono in due: Marta, piccola e grassottella e coscienziosa e Anica che era proprio il contrario di Marta, alta e bella. Abbiamo spiegato loro questo compito importante e rischioso, ma nonostante fossero perfettamente a conoscenza del pericolo hanno accettato l’incarico.
Il sesto giorno siamo andati assieme a Šmarje dove avremmo trovato le staffette che venivano da Trieste e che ci avrebbero accompagnato in città. Ci aspettavano Rada, che veniva da Lubiana e Zmaga che era stata incaricata di questo compito dal distretto di Vipava.
La mattina del 13 agosto sono giunte due staffette, Zvezda e Mariuccia , la prima slovena di Trieste, la seconda vera triestina, ragazza con sangue mezzo italiano e mezzo sloveno che non conosceva altre parole slovene all’infuori di “Smrt fašizmu, svoboda narodu!” (morte al fascismo, libertà al popolo”). Abbiamo deciso di metterci in cammino il mattino seguente. A Šmarje c’era a quel tempo anche Matevž , membro del consiglio provinciale dell’OF per il Litorale, e Vran . Ambedue lavoravano clandestinamente a Trieste. Fummo avvertiti che a Trieste bisognava assolutamente camminare dappertutto con una donna – staffetta. Più attraente era la ragazza, più la questura lasciava perdere, pensando ad intrallazzi amorosi. In pochissimi casi soltanto gli agenti si fecero mostrare i documenti da una coppia.
Il 14 agosto 1944 di mattina siamo andati tutti e quattro con le bici attraverso Štanjel (San Daniele) a Krajna Vas, dove la terenka Slava ci ha ospitato amichevolmente. Visto che eravamo ancora senza documenti e la strada oltre Duttogliano era pericolosa, le staffette proseguirono con le bici oltre Duttogliano ed Opicina fino a Rupingrande e noi due invece fummo accompagnati da due giovani staffette del posto attraverso alcune alture carsiche fino a Rupingrande dove al mattino ci siamo riuniti. I documenti non erano ancora arrivati da Trieste, per questo motivo Mariuccia nel pomeriggio dovette ritornare a Trieste. Ritornò la mattina dopo con le carte d’identità italiane e con i tesserini dei cantieri triestini. Ci assicurarono che i documenti erano a posto. Noi due abbiamo creduto a questo ed eravamo tranquilli, ma non sapevamo che se i documenti del lavoro erano scaduti da tempo e se li avessimo esibiti, la questura ci avrebbe arrestati al primo controllo.
La mattina del 15 agosto siamo andati a piedi da Rupingrande ad Opicina. Mi era difficile dopo due anni di vita partigiana in uniforme e scarpe pesanti camminare in abiti civili tenendo a braccetto una staffetta. Capisco quindi se più tardi la staffetta Mariuccia si lamentò che mi comportavo in maniera goffa. Mi era difficile umanamente camminare in mezzo ai fascisti dopo due anni passati a guardarli attraverso il mirino del fucile.
Eravamo quasi giunti ad Opicina quando incontrammo una guardia. Un fosco fascista faceva la guardia al passaggio a livello oltre la ferrovia. Per un momento tutti e due rallentammo il passo, ma le staffette si misero a ridere allegramente, ci strinsero a sé e oltrepassammo indisturbati la guardia fino ad Opicina, dove però emerse un altro problema. Le vie erano piene di tedeschi e militi fascisti dell’esercito italiano, ed anche di gente comune e noi a coppie camminavamo in mezzo a tutta questa gente. Siamo stati superati da una ragazza con una borsa sulla bici dalla quale sporgeva una bottiglia di latte, inclinata in modo tale che il latte si versava in strada. Greif voleva avvisare questa ragazza e le gridò dietro: “Hej, compagna, stai versando il latte!”.
La ragazza si spaventò al punto che quasi cadeva dalla bici, ma non certo perché stava versando il latte, quanto perché qualcuno l’aveva chiamata compagna, e questo ad Opicina! A parte questo episodio siamo andati tranquillamente avanti.
La prima impressione che si ha arrivando a Trieste da Opicina è indimenticabile. Trieste è situata in una conca come se fosse tenuta nel palmo di una mano ed il porto ed il mare, e le vie cittadine sono tutte come un grande plastico. La grandezza della città ci ha alquanto impressionato, ma ci domandavamo se avremmo potuto andarcene un giorno da questa città o se saremmo finiti nelle carceri del Coroneo. Passando per Scala Santa e via Udine siamo arrivati alla stazione e qui ci siamo salutati. Martin è andato via con Zvezda, io e Mariuccia siamo saliti sul tram che ci portò verso San Giacomo. Guardavo il viavai in città, la stupenda riva vicino alla quale siamo passati col tram ed il panico che cresceva quando la sirena ha suonato un piccolo allarme e siamo arrivati subito a San Giacomo. Ancora un breve tratto di strada a piedi e siamo arrivati in via Lorenzetti, dove ci siamo fermati presso l’attivista Žic, lavoratore in fabbrica . Qui ho trovato la compagna Majda, una giovane attivista che per puro caso era venuta lì. Non mi aspettavano, né erano avvisati del mio arrivo. L’organizzazione era quella volta molto debole, ma sono stato ugualmente accolto bene finché non avessi trovato un altro alloggio dove stare.


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