Dossier

      Mučeniška Pot


A Trieste

A Trieste III
Durante l’intero mese di novembre tornavo al mio appartamento con molta cautela. Camminavo sempre per la strada con un mantello, le mani in tasca e una pistola in mano. Abbiamo scoperto che la questura aveva rilasciato Mariuccia e che delle persone l’avevano vista in strada. C’era il rischio che potesse incontrare in strada qualcuno che conosceva e tradirlo alla polizia. Di arrivare vivi nelle mani della polizia non avevamo alcune intenzione né io né Greif, e tantomeno Boris, l’allegro telegrafista che da sempre desiderava andare via dalla sua “scatola” per raggiungere le brigate d’assalto.
Una sera sono rincasato a San Giacomo. Nell’appartamento c’erano Olga e la moglie di Žic. Mi hanno detto con faccia seria che avevano deportato Marta in Germania. Mi è dispiaciuto per la fida staffetta. In quel momento Marta è entrata di corsa dalla porta e mi ha buttato le braccia al collo come se fosse stata la mia sposa. Non sapeva cosa fare per la gioia. Quando si è calmata in modo da poterci dire cos’era successo in carcere e come era riuscita a scappare, ha raccontato la sua storia.
“Leon ha mandato la questura da Žic”, ha detto, “già l’ultima volta avevo detto che il viavai da Žic non passava inosservato. Sfortuna ha voluto che la questura sia arrivata proprio la notte che volevamo trasferirci. Così già al mattino ci siamo trovati improvvisamente nelle loro mani. Il bunker da Žic era sicuro e non hanno trovato né armi né documenti, perché Žic subito dopo l’avvertimento aveva nascosto tutto. Hanno cercato e cercato e non avendo trovato niente, come d’abitudine hanno organizzato un’imboscata nell’appartamento per prendere i clandestini che sarebbero venuti da Žic; all’alba mi hanno fatto accompagnare in galera da un questurino. Avrei potuto scappare, se avessi voluto, ma in questo caso avrei messo in pericolo Žic, che diceva che ero la cugina di sua moglie. Con la mia fuga avrei gettato dei sospetti su Žic, cosa che non potevo fare. Io sono soltanto una staffetta, Žic invece ha una funzione importante, perciò mi sembrava necessario che lui si salvasse. Sono andata serenamente in carcere. Pensavo che Žic sarebbe riuscito a liberarsi dai questurini perché non avrebbero trovato niente da lui, così avrebbe potuto lavorare avanti. Per sfortuna più tardi, durante l’arresto di Polonca hanno trovato un documento con i nomi vero e di battaglia di Žic e lo hanno trattenuto in carcere. Sicuramente verrà internato. Questo documento l’ha rovinato, diversamente lo avrebbero rilasciato prima di me. Addosso a me non hanno trovato nulla, mi sono giustificata dicendo che ero venuta a Trieste a trovare dei parenti e che intendevo andarmene in un paio di giorni. Naturalmente non mi hanno creduto.
Le carceri dei Gesuiti sono terribili. Le suore non hanno ritegno e non sono per niente migliori dei fascisti. Un esempio: quando i fascisti volevano portare una terenka dal Carso in una stanza per violentarla. Ha gridato chiamando aiuto ed è arrivata una suora che le ha detto: puttana partigiana, vai a letto con i partigiani e non vuoi farlo coi fascisti?
Mi interrogò Collotti in persona. Sedeva calmo e indifferente, fumava una sigaretta dietro l’altra, rideva e mi beffeggiava: “bene signorina (in italiano nel testo, n.d.r.) ci dica qualcosa dei partigiani e del loro lavoro a Trieste”. Gli ho detto che non sapevo niente. “Bene, però lei è di Šempas, lì ci sono i partigiani, cosa c’è di nuovo lì?” e io gli ho detto di andare a Šempas e guardare di persona quello che c’è di nuovo. Si è divertito ancora di più e disse “anche ci andrei a Šempas, solo che se ci andassi, non tornerei più indietro. Le dò cinque minuti di tempo per pensare e poi troveremo i modi per far tornare la memoria e ci metteremo d’accordo in qualche altro modo”. È andato alla finestra e per cinque minuti ha soffiato nuvole di fumo nell’aria fischiettando. Poi ha guardato l’orologio, ha chiamato una guardia e siamo andati in cantina.
Quello che mi hanno fatto in cantina se lo poteva inventare solo un fascista. Mi hanno spogliato completamente e mi hanno legato su una stretta tavola. In questo momento mi sono accorta di essere sulla cosiddetta sedia elettrica, una delle più terribili torture dell’interrogatorio. Collotti ha detto: “parlate, se non lo fate adesso lo farete dopo, volente o nolente”. Ha soffiato fuori altro fumo e fischiettato di nuovo la canzoncina. “Non ho nulla da dire”, ho detto, “quello che sapevo ve l’ho già detto e non voglio mentire, non avrebbe senso”. “Bene, iniziamo”, ha detto. Il questurino che gli stava accanto ha collegato l’apparecchio elettrico ed ha iniziato con la tortura. Ha preso in mano il contatto con il quale mi provocava dolori tali da farmi urlare come un animale ferito. Nel mezzo della peggiore tortura, quando ero già quasi tramortita, è suonata la sirena dell’allarme antiaereo. Visto che durante gli allarmi aerei l’elettricità veniva sospesa, l’apparecchio è stato spento ed hanno dovuto terminare l’interrogatorio. Mi hanno slegato e mi hanno buttato di nuovo nella cella in cantina nello stesso edificio dove imprigionavano anche i carcerati. In questo modo non mi hanno più interrogata.
Mi hanno incarcerata con Lu?ka. Lei è stata di nuovo torturata fino allo svenimento ma non ha detto nulla. Ha detto che forse poteva avere detto qualcosa soltanto quando era quasi svenuta e non era in sé e gridava cose che neppure sapeva quali.
Un’altra compagna che era con me in carcere mi ha detto che hanno anche un altro tipo di tortura e questo è il cosiddetto della “cassetta” che su un’alta e stretta cassa di legno legano una persona con da una parte le gambe e dall’altra parte la testa e le mani in modo che la pancia stia sul punto più alto della cassa. La persona è piegata con la pancia verso l’alto a forma di arco. Con l’aiuto di un apparecchio speciale immettono acqua nella bocca. Lo sfortunato si difende per un po’ bevendo l’acqua. Quando comincia a mancargli il respiro è obbligato a inghiottire avanti l’acqua finché non ne può più. Dopo questo iniziano a picchiarlo con manganelli di gomma sulla pancia tesa. Quindi l’acqua che continua a corrergli sulla faccia gli impedisce di svenire. Così deve sempre sopportare il dolore coscientemente. Questa tortura continua fino a che la vittima non dà un segnale di volere parlare. Se non parla la tortura si ripete due o tre volte. Nessuno esce da questa tortura senza riportare danni permanenti.
Più tardi mi ha interrogata Cerlengo uno dei tre fratelli Cerlengo, fascisti istriani tutti questurini. Diceva: “se mi prendessero i partigiani mi cucirebbero una pantigana viva nella pancia, ma non mi prenderanno mai!” (nonostante questo Cerlengo è stato preso da una nostra ?eta durante la liberazione di Trieste) (la nota in parentesi è di Šumrada, n.d.r.).
“Non ho confessato niente nemmeno a Cerlengo e finalmente mi hanno rilasciata oggi dopo diciannove giorni di carcere. Penso di essere una delle poche persone riuscite ad uscire dalle carceri triestine. Prima di rilasciarmi mi ha di nuovo interrogato Collotti che mi ha detto, salutandomi, che si vede che sono una donna onesta che non ha niente sulla coscienza. Mi ha consigliato di non tornare a Trieste per evitare che mi succeda di nuovo una cosa simile. Questo è tutto”.
Con questo Marta ha finito il suo racconto.
Un paio di giorni prima ad una riunione con Babi? Vlado, Branko e Martin, abbiamo deciso che io sarei andato al comando del IX Korpus per riferire dello stato di cose di Trieste. Visto che Marta doveva necessariamente tornare a casa, dato che la polizia aveva le sue foto ed avrebbero potuto arrestarla di nuovo, molti la conoscevano e la potevano tradire, abbiamo deciso di fare la strada assieme. Siamo passati per Opicina. Nonostante il fatto che fosse appena uscita di prigione, Marta non badò ai pericoli e venne con me. Siamo partiti il giorno dopo e siamo arrivati di notte a Veliki Dol ma non abbiamo potuto andare al paese perché c’erano i tedeschi.
Era una notte di novembre inoltrato. Soffiava la fredda bora, avvolti ciascuno nel proprio cappotto leggero aspettammo la mattina tremando. I tedeschi hanno lasciato il paese verso mattina ma erano dappertutto in Carso. Con difficoltà svicolavamo tra di loro. Quando eravamo a Pliscovica i tedeschi erano a Krajna Vas, quando eravamo a Volcja Glava loro erano a Komen, quando eravamo a Sveto erano a Škrabinj. Comunque riuscimmo in qualche modo a cavarcela ed uscirne. Fortunosamente siamo arrivati a Šempas passando per la martoriata valle del Vipacco.
Ero molto più tranquillo nei confronti dei tedeschi. Ero vestito in borghese e non avevo più tanto timore di loro. Avevo documenti della Croce Rossa che dicevano che ero un prigioniero di guerra jugoslavo che rientrava dalla prigionia in Italia. Quindi ho dormito tranquillamente a Šempas. Nella casa dove ho dormito, la mattina dopo sono arrivati dei tedeschi che hanno comprato del latte e rubato del vino, ma non sono saliti al primo piano.
Dopo un paio di giorni ritornavo presso il IX Korpus a Trieste. A quel tempo, Ajdovš?ina e Vipava erano state liberate e quindi durante il percorso ho fatto visita a vecchie conoscenze del Comando della XXX Divisione. Lì ho trovato il tenente Jankovi?, capo del dipartimento operativo, il maggiore ?an?i, il maggiore Branko ed altri. Abbiamo discusso della situazione a Trieste. Qualcuno ha detto che al Dipartimento operativo si trovava una terenka di Trieste inseguita dalla questura.
La cosa mi sembrò sospetta ed ho subito pensato a Mariuccia. Poteva essere caduta tanto in basso da cercare di infiltrarsi persino nelle nostre file per fare la spia. Volevo vedere chi era. Sono andato con il tenente Jankovi? al suo dipartimento e lì ho trovato proprio Mariuccia che stava amichevolmente parlando con un partigiano che conosceva l’italiano. Sapevo che non poteva essere a conoscenza del momento della mia partenza da Trieste. Ho cominciato a domandarle della situazione a Trieste. Sosteneva di non sapere nulla. Mi ha domandato quando sono partito da Trieste e le ho detto che ero andato via un mese prima. Poi le ho domandato notizie di Boro e Matevž. Mi ha detto “sono a Trieste ma non so cosa facciano perché non li vedo già da molto tempo. La polizia mi dava la caccia e quindi sono scappata da Trieste”. Ho capito che stava mentendo ed era pronta a tradire di nuovo. Quindi l’ho fatta arrestare subito e l’ho fatta scortare fino al Comando del IX Korpus.
Dopo un paio di giorni sono tornato a Trieste.


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