Dossier

      Mučeniška Pot


A Trieste

A Trieste IV
Il lavoro continuava. Al posto di Boro, Matevž, Marjana, Bara, dell’onesto Emilio che non sapeva tacere del suo lavoro, ma che in galera, neanche dopo essere stato picchiato a sangue parlò, al posto della vivace Polonca a cui furono spezzati i denti in carcere, al posto di tutti questi, ogni giorno si univano nuove persone alle nostre file. Tutti gli arresti e le detenzioni non riuscirono a fermare il nostro movimento. I nostri magazzini si riempivano, i gruppi partigiani attaccavano i tedeschi ed i fascisti anche durante il giorno nel centro di Trieste, infatti in pieno giorno alla trattoria “Alla Pace” furono abbattute anche delle forze fasciste , la guardia civica veniva disarmata e i traditori venivano puniti. A lungo il traditore Leon ha goduto dei propri misfatti, ma il gruppo d’assalto di Milan di Barcola lo ha raggiunto e giustiziato. Dopo questo anche Milan è stato ucciso, forse perché qualcuno l’ha tradito. Durante la fuga è stato ucciso da un colpo della questura .
Anche il bunkeraš Jaka è morto durante un’imboscata tesagli nel suo appartamento. Non ho più saputo niente di lui . Il fedele corriere Triglav è caduto nelle mani dei cetnici ed è morto internato a Buchenwald, il nuovo corriere Joško che lo aveva sostituito, dopo un duro pestaggio è stato internato in un campo di concentramento in Italia da dove è scappato il giorno del suo arrivo ed ha ripreso immediatamente la sua attività.
Al posto delle staffette arrestate o compromesse altre subentravano e continuavano il lavoro. Cambiavamo continuamente i documenti e le identità, ci aiutavamo in tutti i modi, combattevamo la Gestapo e distruggemmo la loro rete provocatoria organizzata con cura. In città la tensione era altissima, i tedeschi non lasciavano mai disarmati abitazioni e caserme di notte e nemmeno di giorno si arrischiavano ad andare senza armi nella periferia. Il fronte si avvicinava, erano cadute Sarajevo, Knin, Oto?ac, Sušak. Tutto il giorno lo passavamo presso il compagno che custodiva l’apparecchio radio ed ascoltavamo le notizie rafforzavamo l’organizzazione e coordinavamo i nuovi compagni nelle varie unità di guerriglia. Sapevamo che le nostre unità nel momento dell’insurrezione sarebbero rimaste isolate le une dalle altre e abbandonate a se stesse. Per questo cercavamo di sistemare nei posti di maggiore responsabilità i nostri elementi migliori.
Erano già iniziati i combattimenti a Sušak e a Fiume quando il Gauleiter Rainer parlava agli ufficiali tedeschi nel giorno del genetliaco di Hitler nell’ultima celebrazione a Miramare (20 aprile, n.d.r.): “Restate fedeli a Hitler fino al giorno della vittoria. Il Führer ci guida, il Führer vincerà!”. Tuttavia questa era ormai la fine.
Abbiamo ricevuto un dispaccio nel quale si diceva: “siate pronti, le nostre truppe hanno già occupato Šempeter e Ilirska Bistrica”.
Dopo questo è giunto un altro dispaccio: “non cominciate troppo presto l’insurrezione aspettate nostri ordini”.
Dopo questo non sono arrivati altri dispacci! Sabato 28 aprile 1945, di sera, eravamo a San Giovanni. Per la prima volta ero alla trattoria Suban, anche se molti dei nostri compagni in clandestinità la usavano come punto di ritrovo. Ricordo che abbiamo mangiato dell’insalata, però non ricordo cosa c’era vicino. In quel momento sono state sparate le prime salve di cannone dalle batterie marine di Muggia e Cattinara ed Opicina. Ci siamo alzati di scatto, i piatti sono caduti per terra e noi eravamo tutti eccitati.
Le nostre truppe stanno arrivando, se i tedeschi ci bombardavano con i cannoni da Trieste voleva dire che i nostri si stavano avvicinando!
La stessa notte sono andato da Martin Greif che nel frattempo aveva costituito il comando della città; la mattina seguente già iniziavano i combattimenti. Nella zona della Maddalena c’erano già i primi partigiani, naturalmente impacciati, con una grande stella rossa sulla bustina, la maggior parte di loro aveva lunghi fucili italiani presi dai nostri depositi. Un gruppo di tre ha disarmato il posto di guardia della guardia civica vicino a Muggia, ha confiscato parecchi mitragliatori e un cannone anticarro. Štoka da solo in mezzo alla strada ha disarmato un maggiore tedesco e diceva che non ha mai visto una faccia più stupida di quella che ha fatto il tedesco quando gli ha messo la pistola sotto il naso.
Tuttavia non avevamo più collegamenti con il comando del IX Korpus. Non era ancora giunto l’ordine telegrafico decisivo per l’insurrezione. Eravamo lasciati a noi stessi e dovevamo decidere dal soli.
Lunedì mattina a San Giacomo è iniziata l’insurrezione operaia. Una massa di persone si era riversata nelle strade e in mezzo a loro svicolavano le autoblindo dei tedeschi. Le guidavano i tedeschi ma all’interno c’erano i questurini con le mostrine tricolori sulle maniche sulle quali c’era la scritta CLN (Comitato libero nazionale- così nel testo, n.d.r.). Le stesse persone che fino a pochi giorni prima avevano servito l’occupatore e il fascismo e che avevano impiccato negli ultimi giorni di aprile quattro ostaggi accusandoli di avere bruciato il garage di via D’Azeglio volevano ora farsi passare come monarchici per prendere il potere.
Ero preoccupato che la situazione non si capovolgesse. Ma il proletariato triestino è stato in grado di gestire la situazione. I lavoratori si impossessavano delle armi del CLN, si armavano e componevano le compagnie, invadevano le caserme e l’ospedale militare in via dell’Istria, e su questo non innalzarono la bandiera italiana col simbolo di casa Savoia ma una bandiera rossa enorme che arrivava fino a terra.
Nel corso di un attacco è stata disarmata con i soli fucili una grossa autoblindo tedesca con otto mitragliatrici, in breve il popolo ha deciso autonomamente di combattere per prendere il potere. Dappertutto era così. Non soltanto a San Giacomo dove l’insurrezione è stata spontanea, ma anche a San Giovanni già in mattinata fu occupata l’Università, disarmato un presidio tedesco ed iniziata la calata verso il centro città, circondati i tedeschi nel palazzo di giustizia e nella fortezza di San Giusto e negli altri edifici. I tedeschi erano arroccati nelle caserme di Rozzol e nella stazione radio.
Alle 4 del pomeriggio è giunta la notizia che Biani, il comandante in capo, cioè San Giovanni-centro , ha occupato il palazzo del Municipio il palazzo comunale sulla piazza principale. Venti volontari si sono barricati nel palazzo della criminale questura triestina. Aspettavamo. Non arrivavano notizie da fuori, non sapevamo cosa succedeva a Basovizza, Opicina e Barcola. Il collegamento con la città non era possibile. Il IX Korpus non comunicava nulla ma radio Londra trasmetteva gli ordini speciali del maresciallo Tito:
“L’ultimo giorno di aprile verso sera le truppe jugoslave sono entrate a Trieste dove sono in corso combattimenti nelle strade”.
Quindi le nostre truppe sono a Trieste e non soltanto le truppe del Comando città ma anche i regolari dell’esercito jugoslavo. E davvero c’erano: allora erano già ad Opicina, Barcola e San Giovanni. Il comando della città è stato trasferito a Ruzel . Sapevamo di avere il controllo della grande parte della città, che sono state disarmate tutte le organizzazioni collaborazioniste triestine e più di 2000 soldati tedeschi. Aspettavamo soltanto il comunicato dall’uno o dall’altro settore, che le nostre truppe si erano congiunte con i combattenti della IV Armata che spingeva da ovest verso la città.
Non dimenticherò mai quando ho sentito la mattina presto in via D’Angeli gridare: “Stoj, stoj!”. Ho guardato l’orologio, erano esattamente le 4 e mezzo di mattina del 1° maggio 1945. Ho aperto la finestra e visto le scure sagome dei soldati, anche se al primo momento non sono riuscito a riconoscerle. Una donna ha urlato dalla finestra: “chi siete compagni, da dove venite?”.
Hanno risposto:
“Partigiani!”.
Non sapevo cosa fare per la gioia ed ho gridato:
“Compagno, avvicinati, chi sei?”.
Da lontano mi ha gridato:
“Siamo i combattenti del battaglione d’assalto della XXX Divisione”.
Quando mi fu vicino mi riconobbe, un tempo era stato combattente della brigata Gradnik.
“Bene, compagno”, disse, “abbiamo il compito di unirci a voi. Date la notizia che siamo giunti in città dalla vostra postazione radio. Non posso fermarmi più a lungo, devo proseguire. I tedeschi ci sparano dalle caserme”.
Alla donna che gli aveva chiesto nuovamente chi e quanti fossero, rispose: “Siamo i combattenti della XXX Divisione, dietro di noi stanno arrivando il IX Korpus e la IV Armata jugoslava, dietro di noi c’è la nuova Jugoslavia”.

Vinko Šumrada - Radoš




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