Dossier

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La 'Foiba' di Basovizza

Prima del primo maggio 1945
La voragine nota come “foiba” di Basovizza è in realtà il pozzo di una vecchia miniera abbandonata. Tra il 1901 ed il 1908 la società Škoda fece scavare il pozzo alla ricerca di un giacimento di carbone (lignite), ma gli scavi furono infruttuosi e si racconta che l’ingegnere che dirigeva i lavori si suicidò gettandosi nel pozzo per la delusione (particolare questo però smentito da Ruggero Calligaris nella sua “Storia delle miniere del Carso”). Il nome tradizionale del pozzo è Šoht, la profondità è di 256 metri e la sua imboccatura (sempre da quanto scrive Calligaris) dovrebbe misurare 4,40 per 2,10 metri. (Però in alcune foto in nostro possesso, scattate da speleologi nel corso dell’esplorazione del 1943 della quale parliamo più avanti, l’imboccatura del pozzo sembra più stretta, e così pure appare in altre foto su cui ci soffermeremo in seguito). Sul fondo del pozzo si apre una galleria lunga 735 metri, che arriva praticamente sotto la vecchia stazione dei Carabinieri sita nel vicino villaggio di Basovizza.
Nel 1936 la società carbonifera Arsa diede incarico ad alcuni speleologi triestini di effettuare rilevamenti nelle miniere abbandonate del Carso triestino, ed il 13 settembre una squadra guidata dal prof. Antonio Marussi, si calò nello Šoht, giungendo alla profondità di 225 metri, dove trovò circa 30 metri di detriti vari (legname dell’impalcatura crollata, pietrisco, materiale di rifiuto gettato nel pozzo dai contadini). Per accedere alla galleria che si apre alla profondità di 254 metri, era necessario quindi scavare via questi detriti, ma dalla relazione che riporta Calligaris non si riesce a capire se essi siano stati o no rimossi.
Calligaris dà notizia di altre due discese nel pozzo: la prima nel 1939 per recuperare il corpo di un abitante di Basovizza che vi era precipitato dentro. Una squadra del CAI tra cui Carlo Finocchiaro e Luciano Medeot, guidati dal “camerata” Cesca, dal comandante dei Vigili del Fuoco Uxa e da quello dei Vigili Urbani Olivieri, recuperarono il corpo scendendo alla profondità di 226 metri. Finocchiaro scese nuovamente nel pozzo, alla stessa profondità, nel 1941, per recuperare il corpo di una ragazza di Basovizza.
Il 2/4/43 un gruppo di speleologi effettuò la discesa nel pozzo della miniera. Ecco quanto scritto nel diario della loro associazione:
< Memorabile l’esplorazione dell’abisso della miniera (N. 235) effettuato da 7 partecipanti e nella quale il socio Del Vecchio effettua la risalita dei 220 metri del pozzo in 12 minuti. In seguito a lesione interna dovuta allo sforzo, per lo meno molto probabilmente, il socio Del Vecchio è stato ricoverato all’ospedale Regina Elena > .
Infine riportiamo una testimonianza di Jordan Zahar citata da Primož Sancin in una lettera pubblicata sul “Piccolo” del 3/11/99. < Desidero citare un passo di uno scritto che appartiene a un testimone oculare ancora in vita (...) “Quando nell’estate del 1944 pascolavamo le vacche nei dintorni dello Šoht, abbiamo visto due appartenenti alla Guardia Civica, riconosciuti per le loro buffe uniformi di colore blu e verde, in mezzo a loro due accompagnavano un civile, venendo da Basovizza. Camminavano dritti verso lo Šoht; arrivati sul ciglio dell’abisso spinsero dentro il malcapitato, andando subito a prendere un altro. Gli altri erano sorvegliati da altri appartenenti allo stesso corpo, proprio dove l’allora strada di campagna lasciava Basovizza snodandosi verso Jezero (il nome originale sloveno del paese limitrofo di S. Lorenzo, n.d.a.). Eravamo diversi piccoli pastori, ragazzi e ragazze. Ci siamo impauriti e perciò non ci siamo avvicinati. Questo si è ripetuto più volta nell’arco della giornata e diversi giorni di seguito. Abbiamo notato che spingevano giù sia maschi che femmine” >.
Un furgone della ditta Zimolo, dice Zahar, il che ci ricorda un’intervista rilasciata dall’ispettore a riposo della Polizia Scientifica, Umberto De Giorgi, nel 1976: < Trovammo anche altri cadaveri, che la banda Collotti buttava in cespugli e anfratti dopo le torture, girando la notte con un furgoncino che aveva sequestrato alla ditta Zimolo > . Anche da una testimonianza della prof. Niny Rocco, attivista del CLN triestino, vediamo che la “banda” usava i carri funebri della ditta Zimolo per le sue “azioni” . Non sembra probabile che sia la Guardia Civica che Collotti girassero con i carri di Zimolo per nascondere i loro crimini, quindi possiamo pensare che, dato che alcune guardie civiche risultano anche come “collaboratori” di Collotti, quelle che Zahar ed i suoi compagni identificarono come guardie civiche “per le loro buffe uniformi”, fossero invece agenti di Collotti che magari avevano conservato le loro vecchie divise per creare confusione.
Va infine aggiunto che gli storici Raoul Pupo e Roberto Spazzali scrivono: < alcune testimonianze parlano dell’uso della voragine, durante gli anni del secondo conflitto mondiale, da parte dei tedeschi per l’eliminazione di ostaggi prelevati nell’autunno 1943, durante l’offensiva nazifascista, dalla località istriana di Brkini; tal utilizzo sarebbe continuato anche successivamente, durante il periodo bellico, per mano dei collaborazionisti > .
Queste varie testimonianze indicano chiaramente che fino ad un certo momento chi usò il pozzo della miniera di Basovizza per eliminare gli avversari erano le forze nazifasciste.


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