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Le inchieste dell'ispettore De Giorgi

L'ispettore De Giorgi e la "Banda Collotti"
Spulciando i vari giornali, troviamo un’intervista pubblicata dal “Meridiano di Trieste” , all’epoca del processo per i crimini della Risiera di San Sabba con l’allora ottantaduenne ispettore a riposo De Giorgi che < parla volentieri delle sue esperienze di poliziotto iniziate nel ‘23, quando partecipò alle ricerche del corpo di Matteotti. È stato l’ufficiale che a Trieste ha messo su il primo gabinetto di polizia scientifica e la squadra femminile: uno che sa il suo mestiere (…) “Quando ero alla Questura - ricorda - durante l’occupazione nazista, noi facevamo il nostro solito lavoro di polizia. (…) la banda Collotti si occupava di altre vicende . Un giorno trovai il cadavere di una donna in una scarpata, presso Santa Croce . Aveva strane lesioni alle vertebre. Studiammo la cosa, e un mio assistente fece uno schema di come quelle lesioni e le ferite che trovammo in tutto il corpo, potevano essere state provocate. Ne risultò lo strumento di tortura, che si scoprì in seguito, della banda Collotti. Trovammo anche altri cadaveri, che la banda Collotti buttava in cespugli e anfratti dopo le torture, girando la notte con un furgoncino che aveva sequestrato alla ditta Zimolo. Io volevo andare fino in fondo: feci i miei rapporti. Poi uno della questura mi disse: non occupartene più se non vuoi fare la stessa fine. Collotti ti tiene d’occhio” >.
Queste dichiarazioni di De Giorgi fanno pensare innanzitutto che la pratica di “infoibare” le persone sia stata propria piuttosto dell’Ispettorato Speciale di PS che non del movimento partigiano. Però è anche interessante il fatto che De Giorgi, pur sapendo che l’Ispettorato usava gettare cadaveri negli “anfratti” (cioè le foibe?), non sembrò avere mai il minimo dubbio nell’attribuire ai partigiani la responsabilità degli “infoibamenti” dei corpi da lui recuperati, come vedremo più avanti.
Sempre riguardo la “banda Collotti”, è interessante anche leggere la “perizia sui metodi di tortura dell’Ispettorato Speciale”, firmata da De Giorgi e richiesta dal Procuratore Generale Colonna per conto della Corte d’Assise Straordinaria di Trieste nella quale vengono descritte, tra le altre cose, i metodi di tortura della “cassetta” e della “sedia elettrica”. Leggiamone le descrizioni: < stando alle deposizioni testimoniali, allorquando la vittima non confessava (nonostante il dolore provocato dalla distensione forzata di tutto il corpo mediante trazione delle corde fissate agli arti e fatte scorrere negli anelli infissi al pavimento, che spesso provocavano la lussazione delle spalle), era costretta a subire l’introduzione nell’esofago del tubo dell’acqua, che le veniva fatta ingoiare fino a riempimento totale dello stomaco; indi per azione di compressione esercitata da un segugio sul torace, le veniva fatta rigurgitare a mo’ di fontana, che, stante la posizione supina, spesso doveva minacciare di soffocamento la vittima stessa; ed allorquando entrambe le azioni combinate non bastavano a farli confessare, gli interrogati vi venivano costretti, mediante l’azione termica di un fornello elettrico collocato sotto la pianta dei piedi denudati (…) la sedia elettrica consisteva in una sedia-poltrona, a spalliera alta, con leggera imbottitura in cuoio, a bracciuoli, su cui venivano legati gli avambracci della vittima ad uno dei quali veniva fissato un bracciale metallico unito al polo negativo di un apparecchio conduttore elettrico regolabile, a reostato. Al polo positivo era collegato una specie di pennello con manico isolato, e frangia metallica che serviva per chiudere il circuito su qualsiasi parte non isolata del corpo della vittima il quale veniva così attraversato dagli impulsi della frequenza della corrente elettrica. Questo metodo, apparentemente molto impressionante, non poteva produrre lesioni organiche o conseguenze dannose sul corpo umano. Tuttavia è noto che anche volgarissimi pregiudicati rotti a tutte le astuzie e raffinatezze per sfuggire agli interrogatori, si abbandonarono ad esaurientissime confessioni, che trovarono conferma nei fatti, alla sola visione dell’apparato, senza essere stati sottoposti alla sua azione >.
Probabilmente lo stesso estensore del rapporto si sarebbe “abbandonato ad esaurientissime confessioni” se messo nella prospettiva di dover subire la tortura della “sedia elettrica”. D’altra parte è per noi una novità che un corpo umano sottoposto a continue e potenti scariche elettriche non subisca alcuna conseguenza da questo trattamento: basterebbe chiedere a qualcuno che è stato torturato in questo modo.


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